“Addome di suora di carità”. Lettera di Joyce a Svevo.

112_0201A inizio 1921 James si trova a Parigi. Ha lasciato a luglio dell’anno prima Trieste convinto di tornarci, ma così non sarà. Il 5 gennaio allora scrive a Italo Svevo chiedendogli di recuperare dei suoi manoscritti.
James Joyce che mai aveva voluto imparare l’irlandese considerandolo esercizio inutile, gioca col dialetto triestino ad esempio descrivendo il colore dell’incarto “Addome di suora di carità”, che viene direttamente dal dialettale “color panza de moniga” per indicare il colore bianco, visto che normalmente le suore non si espongono ai raggi del sole.

 

Parigi, 5 gennaio 1921.

Caro signor Schmitz. L’episodio di Circe fu finito tempo fa ma quattro dattilografe rifiutarono di copiarmelo. Finalmente si presentò una quinta la quale, però, lavora molto lentamente sicchè il lavoro non sarà pronto prima della fine di questo mese. Mi si dice conterrà 170 pagine forma commerciale.L’episodio di Eumeo il quale è quasi finito sarà pronto anche verso la fine del mese.

Secondo il piano stabilito dal mio avvocato a Nuova York Ulisse uscirà colà vero il 15 giugno p.v. in un’edizione privata e limitata a 1500 esemplari, dei quali 750 per l’Europa. Il prezzo sarà di dollari 12.50 risp. 6 sterline l’esemplare. Percepisco 1000 sterline come “tacitazione”. Contemporaneamente però si preparano articoli ed articoli per sfondare la cittadella, non so con quale risultato e poco m’importa.

Ora l’importante: non posso muovermi da qui (come credevo di poter fare) prima di maggio. Infatti da mesi e mesi non vado a letto prima delle 2 o 3 di mattina, lavorando senza tregua. Avrò presto esaurito gli appunti che portai qui con me per scriver questi due episodi. C’è a Trieste, nel quartiere di mio cognato, l’immobile segnato col numero politico e tavolare di via Sanità, 2, e precisamente situato al terzo piano del suddetto immobile nella camera da letto attualmente occupata da mio fratello, a ridosso dell’immobile in parola e prospettante i postriboli di pubblica insicurezza una mappa di tela cerata legata con un nastro elastico, di colore addome di suora di carità, avente le dimensioni approssimative di cm 95 a cm 70. In codesta mappa riposai i segni simbolici dei languidi lampi che talvolta balenarono nell’alma mia.

II peso lordo, senza tara, è stimato a chilogrammi 4.78. Avendo bisogno urgente di questi appunti per l’ultimazione del mio lavoro letterario intitolato “Ulisse” ossia “Sua Mare Grega” rivolgo cortese istanza a Lei, colendissimo collega, pregandoLa di farmi sapere se qualcuno della Sua famiglia si propone di recarsi prossimamente a Parigi, nel quale caso sarei gratissimo se la persona di cui sopra vorrebbe avere la squisitezza di portarmi la mappa indicata a tergo.

Dunque, caro signor Schmitz, se ghe ze qualchedun di Sua famiglia che viaggia per ste parti la mi faria un regalo portando quel fagotto che non ze pesante gnanca per sogno parchè, la mi capisse, ze pien de carte che mi go scritto pulido cola pena e qualche volta anca col bleistiff quando no iera pena. Ma ocio a no sbregar el lastico parché allora nasserà confusion fra le carte. El meio saria de cior na valigia che si pol serrar cola ciave che nissun pol verzer. Ne ghe ze tante di ste trappole da vender da Greinitz Neffen rente al Piccolo che paga mio fradel el professore della Berlitz Cul. Ogni modo la mi scriva un per di parole, dai, come la magnemo. Revoltella me ga scritto disendo che ze muli da saminar par zinque fliche ognedun e dopo i ze dotori de Revoltella e che mi vegno la de lu per dar lori l’aufgabe par inglese a zingue fliche ma non go risposto parché era una monada e po’ la marca mi vegnaria costar cola carta tre fliche come che ze adesso coi bori e mi avanzaria do fliche per cior el treno e magnar e bever tre giomi, cossa la vol che sia.

Saluti cordiali e scusi se il mio cervelletto esaurito si diverte un pochino ogni tanto. Mi scriva presto, prego.

James Joyce

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